Abitare significa trovare un modo possibile di stare con se stessi e con il mondo.
Questo spazio nasce per accompagnare tale ricerca, senza etichette rigide né promesse irrealistiche.

….posso andare ovunque…

La cura non impone una meta: restituisce la possibilità di raggiungerne molte

In che modo comprendere la mente migliora la nostra vita

Comprendere la mente non significa dominarla, ma sapere che è popolata da processi inconsci,

corporei e relazionali dai quali emergono pensieri, emozioni e comportamenti.

Comprendere la mente non significa imparare a controllare ogni pensiero, scegliere razionalmente ogni comportamento o diventare padroni consapevoli di noi stessi. Significa riconoscere che il Sè emerge da processi molto più vasti, profondi e complessi e soprattutto non volontari ma totalmente inconsci.

È il Paradigma dell’Oceano Autocosciente (POA) secondo il quale la vita psichica è espressione di un organismo neuro-somatico continuamente attivo, centrato sul sistema nervoso ma inseparabile dal corpo, dalle relazioni e dall’ambiente, nel quale patrimonio biologico ed esperienza — tradizionalmente indicati come nature e nurture — non agiscono come fattori separati, ma si determinano e si trasformano reciprocamente nel corso dell’intera vita.

Sensazioni corporee, emozioni, memorie, aspettative, paure e desideri vengono elaborati al di fuori della consapevolezza. Solo successivamente una piccola parte di questa attività può assumere la forma riconoscibile di pensieri, immagini, parole e decisioni.

Ciò avviene quando i processi inconsci generano forme interne rappresentazionali che, quando divengono simbolizzabili, possono essere nominate attraverso parole o configurate in immagini mentali.

Alcune di queste forme possono divenire consapevoli e rendersi disponibili a ulteriori elaborazioni, attraverso quel processo che conosciamo come introspezione. Esse possono anche essere comunicate agli altri attraverso il linguaggio e le altre modalità espressive della relazione con altri soggetti.

L’introspezione, in questa prospettiva, non è lo sguardo diretto di una coscienza trasparente su ciò che accade nella mente. È ancora una narrazione interna, costruita ex-post sui prodotti di processi non accessibili alla consapevolezza.

Ciò che appare sul palcoscenico della consapevolezza è stato preparato da un lavoro neuro-somatico che si svolge dietro le quinte.

Comprendere questo funzionamento può migliorare concretamente la vita perché riduce l’illusione, spesso dolorosa, che ogni nostra azione derivi da una scelta originariamente consapevole.

Quando ci accorgiamo di provare emozioni come ansia, rabbia, vergogna o tristezza, non stiamo semplicemente decidendo di sentirci in quel modo; il nostro organismo sta rispondendo, sulla base della propria storia, a qualcosa che ha riconosciuto come significativo, pericoloso, desiderabile o frustrante. L’emozione è un segnale da comprendere.

Questa prospettiva non elimina l’attribuzione della responsabilità personale, ma la rende più realistica.

Essere responsabili non significa essere stati causa assolutamente libera di ciò che abbiamo fatto, ma poter riconoscere a posteriori le nostre azioni, rispondere dei loro effetti e contribuire a creare condizioni dalle quali possano emergere, in futuro, risposte differenti.

Conoscere la mente consente di modificare il giudizio verso noi stessi. Molte persone si rimproverano di non riuscire a cambiare, di ripetere comportamenti, reazioni o errori. Ma ciò che si ripete non può essere spiegato soltanto come il prodotto di una volontà debole, è il risultato di configurazioni affettive, corporee e relazionali consolidate, che l’organismo ha appreso come forme di protezione, adattamento o sopravvivenza.

Comprendere non è giustificare tutto. È interrompere la lotta cieca contro sé stessi e iniziare a osservare con maggiore precisione le condizioni dalle quali emergono emozioni, pensieri e comportamenti.

Secondo questa prospettiva anche le relazioni intersoggettive possono migliorare. Se riconosciamo che le persone agiscono anche sulla base di configurazioni e automatismi non intenzionali, dai quali emergono le intenzioni che successivamente riconoscono come proprie, diventiamo più capaci di distinguere tra ciò che fanno, ciò che credono di fare e ciò che, senza saperlo, stanno cercando di difendere, evitare o ottenere.

Questo non obbliga a tollerare comportamenti dannosi, ma permette di stabilire limiti più lucidi, meno impulsivi e più adeguati. Comprendere le determinazioni inconsce di un comportamento significa imparare a valutarne gli effetti e proteggersi dalle sue conseguenze.

Nel POA, il cambiamento non nasce da un ordine impartito alla mente, ma da una trasformazione progressiva del sistema interno che genera pensieri, emozioni e comportamenti. Il sistema si riorganizza continuamente; nuove esperienze e relazioni sufficientemente sicure possono favorire riorganizzazioni meno rigide e più compatibili con la vita presente.

Comprendere la mente migliora quindi la vita non perché consenta di dominarla, ma perché permette di abitarla meglio.

Ci aiuta a riconoscere che non siamo soltanto ciò che pensiamo di essere, né siamo riducibili alle nostre reazioni problematiche. Ciascuno di noi è un organismo vivente, storico e relazionale, continuamente trasformato da ciò che incontra. La consapevolezza non è il comandante dell’oceano psichico. È una configurazione temporanea attraverso la quale alcune delle sue correnti possono diventare osservabili, narrabili e, almeno in parte trasformabili, ricostruirne parzialmente la direzione e contribuire a creare condizioni dalle quali possano emergere modi diversi di navigare.

Dott. Giovanni D’Anzieri – Abitare: armonia interiore

Questo spazio nasce per accogliere riflessioni sull’esperienza e sui diversi modi di abitare se stessi, le relazioni e la realtà.

Ogni essere umano è unico

Questa unicità nasce dall’incontro tra il patrimonio biologico e la storia di vita, che nel tempo modella il modo di percepire la realtà, di sentire il corpo, di pensare, di emozionarsi e di stare in relazione con gli altri.

In questo senso, la diversità non è un’eccezione ma la regola: ogni individuo può essere considerato, in senso ampio, neurodivergente, portatore di un proprio modo di funzionare e di attribuire significato all’esperienza. Nella maggior parte dei casi, tale diversità si integra in modo sufficientemente armonico con il contesto di vita.

Talvolta, però, il proprio modo di sentire o reagire può entrare in attrito con l’ambiente, con le relazioni o con le aspettative interiorizzate, generando disagio, sofferenza o difficoltà emotive e relazionali. Quando queste difficoltà diventano persistenti e limitanti, vengono spesso definite come psicopatologie.

Nella mia concezione, esse non rappresentano un difetto della persona, ma modalità di funzionamento che, pur avendo avuto una funzione nella storia individuale, non risultano più adeguate a un vivere sufficientemente armonico con se stessi e/o con la comunità di appartenenza.

La classificazione dei disagi raggruppa gli individui sulla base del “cosa”; la vera individualità, però, si esprime nel “perché”.

IL MIO LAVORO

Il mio lavoro si colloca in questo spazio.
La psicoterapia non ha l’obiettivo di “normalizzare” la persona o di cancellarne la differenza, ma di comprenderne il senso, rivedere il significato di alcune esperienze vissute e favorire un rapporto più flessibile e meno doloroso con il proprio mondo interno e con la realtà esterna.

A CHI MI RIVOLGO

Mi rivolgo a adolescenti, giovani adulti e adulti che attraversano momenti di difficoltà emotiva, relazionale o identitaria, così come a persone che vivono da tempo una condizione di disadattamento o di smarrimento, e sentono il bisogno di comprendere meglio ciò che sta accadendo dentro di sé.

Mi rivolgo anche ai genitori degli adolescenti che avvertono il bisogno di comprendere meglio ciò che sta accadendo ai propri figli e di trovare modalità più efficaci e meno dolorose di stare nella relazione.

Abitare

significa trovare un modo possibile di stare con se stessi, con gli altri e con il mondo. Questo spazio nasce per accompagnare tale ricerca, senza etichette rigide e senza promesse irrealistiche.